Aloe Vera: Storia

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La storia dell’Aloe Vera: una pianta straordinaria, usata dalle antiche civiltà fino ai nostri giorni. Dall’Oriente all’Occidente il percorso storico con le testimonianze più antiche sull’uso, i benefici e le proprietà di questa pianta.

Pare che nell’Occidente l’Aloe Vera sia stata introdotta ai tempi di Alessandro Magno, tramite un’esplorazione all’isola di Socotra.

Venne a quei tempi già utilizzata per aiutare la guarigione delle ferite dei soldati e per far recuperare loro le forze.

Lamarck, in tempi successivi, la classificò infatti con il nome scientifico di Aloe socotrina.

Andando indietro nella storia, sappiamo che  l’Aloe Vera era nota ai popoli del vicino Oriente (Oceano Indiano e Africa del Sud) e veniva impiegata sia come medicinale che come cosmetico.

L’Aloe vera è menzionata nel papiro di Ebers, (il testo di medicina per eccellenza degli antichi egizi, in cui sono riportate anche numerose preparazioni).

Tra tutte le piante medicinali citate, figura anche l’Aloe Vera

 

 

 

L’aloe Vera nella cultura egizia

L’aloe Vera nella cultura egizia rappresentava la pianta dell’immortalità.

Sia sotto l’aspetto simbolico (piantata all’ingresso delle piramidi indicava ai faraoni la strada per la terra dei morti), sia sotto l’aspetto pratico, dal momento che il succo era indispensabile per il processo di mummificazione, mescolato ad altre essenze (è stato trovato nel corpo di Ramses II e di altri Faraoni) .

L’Aloe Vera era usata anche come purgante, da sola o miscelata ad altre erbe.

Le regine egiziane la consideravano molto importante per la loro bellezza fisica: si ritiene che il succo venisse aggiunto a latte; la miscela finale veniva usata per fare un bagno.

 

L’aloe Vera nei riti propiziatori

Si crede inoltre che il succo dell’Aloe Vera fosse un componente essenziale delle pozioni propiziatorie che venivano impiegate nei riti di Râ, il dio Sole, dal quale la pianta sembra particolarmente favorita per il caratteristico regime ecologico: predilige, infatti, un habitat caldo e secco, di tipo decisamente “solare”.

È probabile che a questo antico uso debba farsi risalire quello magico-rituale, che ancora si pratica nei Paesi arabi.

la pianta viene appesa sopra la porta di casa possedendo la funzione di allontanare gli spiriti del male e di di proteggere le dimore dalle influenze negative, anche di ospiti non graditi.

I sumeri

In una tavoletta sumerica, sarebbero indicate le virtù dell’Aloe Vera in caratteri cuneiformi.

La tavoletta in questione costituirebbe la prima testimonianza scritta dell’uso terapeutico di questa specie.

Gli indù

Gli Indù chiamavano l’Aloe Veraguaritrice silenziosa”.

I sapienti dell’antica Cina lo soprannominarono “rimedio armonioso”, mentre presso le popolazioni eurasiatiche più settentrionali fu definito “elisir di lunga vita”.

Gli arabi

Anche gli Arabi, i Beduini, i Tuareg la conoscono e viene da loro chiamata “giglio del deserto”.

Il Re Salomone faceva coltivare l’Aloe nei suoi giardini, ovviamente per le sue proprietà terapeutiche.

Le testimonianze romane sull’Aloe

Dioscoride, scrisse una monografia completa sull’Aloe Vera.

La conoscenza di questa pianta deriva dai molti viaggi che intraprese per allargare le sue conoscenze. N

ella sua monografia cita applicazioni per la cura di numerosi disturbi interni.

Molti personaggi per tutto il primo millennio dell’era cristiana e per buona parte del secondo, si affidarono alla sua monografia riguardo alle proprietà dell’Aloe.

Il Gel d’Aloe Vera, per Dioscoride, è ottimo per curare e rimarginare le ferite.

Essendo un buon astringente, salda, dissecca, arresta le emorragie e rassoda il corpo. Purga il ventre e lo stomaco, e migliora il sonno.

Preso insieme ad altre medicine, ne attenua l’attività irritante e fa che non siano nocive allo stomaco.

Essiccato e polverizzato, è un ottimo vulnerario, soprattutto per la cura delle ulcere ed in particolare di quelle che interessano i genitali.

Impastato con miele fa passare i lividi e mitiga il prurito agli angoli degli occhi.

Applicato con aceto sulle tempie e sulla fronte, elimina il dolor di testa.

Arresta, infine, la caduta dei capelli e sana l’infiammazione delle gengive e le ulcere della bocca.

 

Plinio il Vecchio, estese le affermazioni fatte da Dioscoride sulle proprietà dell’Aloe.

Il succo d’Aloe Vera è astringente, addensante e leggermente riscaldante.


Cura le tonsille, mentre per curare le espettorazioni di sangue si prende disciolto in acqua altrimenti lo si beve diluito nell’aceto.

Si somministra in forma di clistere in caso di dissenteria. In caso di digestione difficile, se ne beve una pozione poco dopo aver cenato.

Contro l’itterizia lo si prende diluito in acqua. Come depurativo interno, si prendono le pillole preparate con miele cotto.

Galeno

Galeno concorda con quanto già detto da Dioscoride e da Plinio, ma, visto il metodo sperimentale da lui adottato, è più giusto parlare di una conferma delle proprietà di questa specie.

Aggiunge che l’Aloe Vera è un eccellente stomachico: <<[…] rafforza la bocca dello stomaco>>.

E’ utile come antidoto contro i veleni, nel caso provochino dolore di stomaco.

È meglio però – per evitare l’azione lassativa – che venga lavata.

Purga inoltre da tutti quegli umori che a quei tempi erano considerati malsani.

L’Aloe Vera in Occidente

Si ritiene che la prima pianta di Aloe (Aloe socotrina), importata ufficialmente in Inghilterra dall’Africa meridionale, risalga all’incirca al 1697.

Nella cultura occidentale il succo d’Aloe (Gel) era già da parecchio tempo descritto nelle Farmacopee.

Nel Medioevo, la pianta veniva definita “miracolosa”, nei monasteri.

Infatti i monaci erano molto esperti di medicina e grazie al loro contributo le proprietà medicinali di questa pianta, come di altre, sono state trasmesse fino ai giorni nostri.

Si dice che i Templari usassero un prodotto chiamato “Elisir di Gerusalemme“, forse una miscela di polpa di Aloe, canapa e vino di palma.

In Europa

In Europa la prima specie riconosciuta si sostiene sia stata l’Aloe Vera, spontanea.

Sembra che le piante siano arrivate poi, non molto più tardi, in Spagna (attraverso gli Arabi) ed in Italia.

La magia tradizionale ha attribuito all’Aloe un posto di preminenza nei riti legati al fuoco, in particolare nella piromanzia.

In Africa

In Africa viene utilizzata per proteggersi dagli spiriti dei defunti e come amuleto.

Nel Mali la pianta di Aloe è legata alla buona fortuna, così come in Messico dove la popolazione la raccoglie in ghirlande da appendere all’interno delle case.

L’influenza planetaria, sostengono quanti studiano gli influssi astrali, è quella di Saturno, ma non sono pochi a chiamare in causa Marte e Mercurio.

Testimonianze del Medioevo sull’Aloe Vera

Nel libro “De viribus herbarum” – opera attribuita ad un certo Odone – vi sono descritte, in delle “monografie”, anche 12 specie “esotiche”, fra le quali lAloe.

Secondo l’autore lAloe elimina il catarro dallo stomaco, dalla testa e dalle articolazioni; purifica gli itterici e disintossica il fegato.

Disciolta in acqua e applicata localmente, risolve gli ascessi (apostemi) delle labbra.

Tritata insieme a vino e miele, se ne ricava un prodotto antinfiammatorio del cavo orale.

 

La Scuola Medica Salernitana

Scrisse la “summa”“Flos Medicinae”, che prescriveva l’uso della polvere di Aloe, per favorire gli starnuti e purgare il capo, per “rischiarare gli occhi annebbiati”, e per la milza dolente e gonfia.

L’Aloe porta anche ad una migliore funzionalità epatica.

Per tutto il Medioevo circolò un Herbarium sotto il nome di “Pseudo-Apuleio” che mette subito in risalto come l’Aloe, insieme a polvere di altri rimedi, vada bene contro la rogna.

Per combattere le piaghe corrosive si usa la polvere di Aloe e radice di Genziana (Gentiana lutea).

Sempre la polvere, insieme al miele, serve per combattere i parassiti intestinali.

Platearius

Platearius è l’autore di uno dei migliori erbari del Medioevo, conosciuto come “Circa istans” e in questa opera compare anche l’Aloe.

Secondo l’autore esistono tre tipi di succo, il “socotrino”, “l’epatico” ed il “cavallino” che derivano da diverse piante.

Nel “cavallino” sono presenti “impurezze” e viene perciò usato per gli animali – da cui il nome.

Per mascherare il cattivo odore, viene ripetutamente impregnato di aroma di Zafferano (Crocus sativus), Noce moscata (Miristica fragrans) e altre spezie, in modo da renderlo più gradevole.

Il primo tipo di succo invece non ha nessun odore, ma è amaro.

L’Autore ne spiega anche il processo di estrazione: le foglie vengono come prima cosa pestate, poi sono spremute, successivamente bollite ed infine essiccate al sole.

Egli sostiene anche che l’Aloe riappropria del colorito i convalescenti.

Contro la gotta artritica l’Aloe viene associato al succo di Bardana (Arctium lappa).

Guarisce anche la scabbia.

Contro il gonfiore delle orecchie, il consiglio del Plateario è di aggiungere all’Aloe un po’ di succo di Cumino (Cuminum cyminum) e arrostire leggermente sul fuoco ed applicare caldo.

Testimonianze rinascimentali sull’Aloe

All’incirca nel 1498, venne dato alle stampe il “Ricettario fiorentino”, che diventò un nuovo punto di riferimento.

Favorito dall’uso della lingua volgare e anche dalla larga diffusione della stampa: in questo testo l’Aloe rientrai in varie infusioni e composizioni, nonché come base di alcune polveri.

Compare come ingrediente di molte pillole.

Fa anche parte di altri prodotti (liquore essiccante per le ferite, unguento d’Artanita [ciclamino] di Mesue, ecc.) a dimostrazione dell’ interesse che è sempre continuato verso questa sorta di medicamento.

Grazie alla scoperta dell’America (1492) e alla circumnavigazione dell’Africa (1497) si ebbe un ampliamento delle conoscenze botaniche e ciò vale anche per l’Aloe.

Alcune specie allora sconosciute furono introdotte anche in Europa.

 

Pier Andrea Mattioli pubblicò i “Discorsi” o “Commentarti” nel 1544.

Un’opera che commentava il “De materia medica” di Dioscoride e faceva confronti anche con autori della sua epoca, il che rappresenta una novità.

Egli sostiene che:<< […] In Italia le piante di Aloe sono notissime, dove non solamente in Napoli e in Roma […] se ne vedono […] in diversi vasi di terra […] e quasi universalmente […] per ogni altra città d’Italia”, sebbene le ragioni non fossero determinate dalle sue doti officinali, ma dalla particolarità e dalla bellezza delle piante stesse.

Mesuè 

un medico arabo – scrisse che l’Aloe ha il potere specifico di eliminare la collera e la flemma, acuisce i sentimenti e l’intelletto.

Di Vigo,

nell’opera “Pratica universale in chirurgia” indica che l’Aloe posto sopra gli occhi con acqua rosata e mirtilli (Vaccinium myrtillus) frena efficacemente la lacrimazione derivante da processi di allergia e raffreddamento.

 

Rembert Dodoens

(Dodoneus), che ha scritto il “Purgantium aliarunque eo facientium”, dice che elimina l’alito cattivo dovuto al mal di stomaco; e provoca i mestrui, se presa in piccole quantità.

 

Castore Durante,

nel 1585 pubblicò l’”Herbario nuovo”.

Egli afferma che l’Aloe estingue la sete che viene dalla collera attaccata allo stomaco (per questo chi ha sete avrebbe la lingua secca), giova allo stomaco infiammato.

 

Garzia da l’Horto e Cristoforo Acosta,

grazie ai loro viaggi, negli ultimi anni del Cinquecento descrissero in dettaglio alcune pratiche di raccolta e di “certificazione di qualità” e meccanismi che ne regolavano il mercato.

Da l’Horto descrisse l’importanza che l’Aloe aveva nella regione indiana.

Qui gli Indiani tengono pronta una preparazione a base di Aloe e mirra (Commiphora abyssinica), che chiamano Mocebar, utile anche per curare i cavalli.

L’uso è noto anche ai cacciatori, che ci curano le gambe spezzate degli uccelli.

Cristoforo Acosta sostiene che questo rimedio veniva anche usato contro la sciatica.

Testimonianze seicentesche sull’Aloe

Nel Seicento l’Aloe era ormai un medicamento molto consolidato,

Domenico Auda, nei suoi “Secreti maravigliosi” afferma che l’Aloe socotrina era un ingrediente dell’<<Acqua mirabile per fare buona memoria [ed] è anco contra [il] Veleno più volte provata,>> con Noci moscata (Miristica fragrans), Chiodi di garofano (Eugenia caryophyllata), grani del paradiso, cubebe, mastici, Cannella (Cinnamomum zeylanicum), Zenzero (Zingiber officinale), Pepe lungo (Piper officinarum), Pepe nero (Piper nigrum), Zedoaria (Curcuma zedoaria) e Liquirizia (Glycyrrhiza glabra).

Secondo l’autore essa conforta gli “spiriti vitali e rallegra il cuore”, usata come balsamo.

Guarisce tutti i mali di natura fredda; guarisce anche il cancro.

Inoltre bagnando con essa “la parte della memoria”, rende la memoria infallibile ed <<è mirabile perché si tiene a memoria tutto ciò che si legge>>.

Sempre nel seicento iniziarono a diffondersi, in forme più o meno ufficiali, degli “antidotari” e delle specie di Farmacopee.

Nel testo – del 1608 – “Y Antidotarium generale et speciale”, che viene attribuito a Vveckerum, l’Aloe purga le affezioni del cervello, e molte distonie post-partum come dolori ed infiammazioni, acuisce i sensi e migliora la capacità di ragionare.

Ioannes Bodaeus à Stapel (Stapelius), fa un commento della pubblicazione del “De historia plan-tarum” di Teofrasto. Egli dice che l’Aloe, prende nome da “sale”.

Riguardo al succo, la sua amarezza – secondo lui – forse dipende dalle stagioni.

Nell’opera “Nuovo et universale theatro farmaceutico” di Antonio De Sgobbis, l’Aloe è citato in un “estratto d’Aloe” – che contiene Aloe e succo di Rose (Rosa gallica) – ed in due “ricette” di “pillole d’aloe rosato”, con agarico.


E’ descritta anche la preparazione dell’ “olio d’Aloe purgante”, con Aloe epatico, Mirra (Commiphora abyssinica) ed Incenso (Boswellia serrata).

Si prepara con una distillazione a fuoco lento, e serviva per scacciare i vermi.

Testimonianze settecentesche sull’Aloe

Nel Settecento si arriva all’aspetto più tecnico delle preparazioni farmaceutiche.

Molte Farmacopee furono stampate.

Si nota quindi “concretezza” nelle formulazioni, nelle quali l’Aloe aveva il ruolo di rimedio principale o fungeva da comprimario.

Nei dizionari scientifici e medici la voce “Aloe” non fu lasciata da parte.

Nel “Dizionario universale delle arti e delle scienze”, attribuito a Efraimo Chambers, vi è la notizia che da una sola specie conosciuta dagli Antichi, si era passati ad una quarantina, anche se si ha notizia che nel giardino di Amsterdam se ne coltivavano una sessantina. Le specie usate in medicina erano una dozzina.

Secondo l’autore l’Aloe applicata sulla pelle impedisce la degenerazione dei tessuti e la cancrena.

Lo speziale Giovanni Battista Capello, riferisce che i vari tipi di Aloe in commercio sono <<succhi concreti di tre piante bensì congeneri, ma di spezie differente>>.

Secondo l’autore il “socotrino” si ricavava dall’Aloe sucotrina, angustifolia, spinosa, “l’epatico” si ottiene dall’Aloe vulgaris, il “cavallino” si estrae da un’altra specie che ha un odore più forte delle altre due.

Nel 1758 James sostenne che per la combinazione della componente resinosa con quella gommosa, l’Aloe è detersivo, emolliente, risolutivo, tonico-aperitivo, emmenagogo.

Ha, ugualmente, proprietà balsamica, e resiste alla putrefazione.

E saponaceo, giova alle disfunzioni delle prime vie digerenti: per questo si chiama “anima dello stomaco”.

Le preparazioni in cui è presente l’Aloe sono variegate: “l’estratto semplice”, “l’estratto catartico”, “il vino Aloetico”, la “tintura sacra”, il “balsamo traumatico”, “l’elisir”, la “hiera picra”.

Gli studiosi cercarono, poi, anche di classificare in modo più preciso le varie specie di Aloe.

Valmont De Bomare affermava che vi erano altre denominazioni merceologiche del succo di Aloe, come l’Aloe “in calabasso” (quello in zucche), e l’Aloe delle Barbados (Aloe Vera Barbadensis Miller)

Sul finire del Settecento l’Aloe compare come componente del “balsamo oftalmico vulnerario”, ma anche nel cosiddetto “balsamo del Commendatore”, lodato per la cura delle ferite del capo, del cervello, delle parti nervine e tendinee.

Testimonianze ottocentesche sull’Aloe

Nel Primo Ottocento si ha nota di composti dai nomi singolari, come “l’elisir sacro”, fatto di Aloe Vera e Rabarbaro (Rheum officinale).

Vi furono anche i primi tentativi di individuare le sostanze responsabili di tale attività.

Per esempio nel “Dizionario delle droghe” del 1830 di Chevalier e Richard, buona parte della monografia sulla pianta riguarda la composizione chimica del succo d’Aloe.

Anche in campo tassonomico le cose diventarono più chiare, soprattutto dopo l’adozione delle denominazione binomia proposta da Linneo.

Si trovano illustrate due distinte specie di Aloe, per l’esattezza l’Aloe soccotrina e l’Aloe arborescens.

L’Aloe ricevette anche attenzione dagli omeopati (Jahr e Catellan, 1853).

Nel “Manuale Zambeletti” del 1877, si afferma che il succo d’Aloe è indicato per la ritenzione d’urina.


Le preparazioni officinali riportate sono l’estratto acquoso come purgante, la tintura a bassa gradazione alcolica, le pillole Aloetiche marziali (con solfato di ferro e Calamo aromatico (Acorus calamus) per le funzioni toniche.

Testimonianze novecentesche sull’Aloe

La storia più recente dell’Aloe inizia con la scoperta del principio attivo caratteristico, che viene titolato ed identificato, ribattezzato aloina, avvenuta nel 1851 da parte degli studiosi inglesi Smith e Stenhouse.

Il primo commerciante di Aloe fu H.W. Johnstone, del Kentucky, che si era accorto quasi per caso del forte potere cicatrizzante della pianta – che veniva utilizzata dai lavoratori di colore della sua piantagione – iniziò a coltivarla su larga scala, ed immettendo sul mercato nel 1912 un unguento.

Negli anni ’30, i ricercatori americani Collins, padre e figlio, studiarono a fondo la capacità rigeneratrice dell’Aloe, pubblicando un rapporto sull’effetto dell’Aloe Vera nel lenire gli effetti della radioterapia, in particolare nelle dermatiti.

La loro ricerca segnò in America il lancio di una serie di campagne scientifiche di approfondimento della composizione della pianta, culminata con i lavori di Copia e Gosh, che nel 1938 riuscirono a dare una prima descrizione della composizione chimica della pianta.

Rodney M. Stockton, dopo molti esperimenti ne provò l’efficacia e mise in commercio un balsamo per le ustioni con un certo successo.

Contemporaneamente proseguiva l’analisi chimica della pianta.

Tom Rowe dell’Università della Virginia, stabilì che il principale agente curativo delle lesioni cutanee da radiazioni doveva trovarsi concentrato nella parte dura delle foglie.

Il farmacista Bill C. Coats, dopo aver interamente dedicato la sua vita agli studi, riuscì a stabilizzare la polpa fresca di Aloe Vera, evitando i problemi di fermentazione e ossidazione del prodotto che avevano reso problematica fino ad allora la preparazione.

Praticamente negli stessi anni i russi, lavorando su varietà diverse dall’Aloe Vera utilizzata nelle ricerche americane, giungevano alla conclusione:

che una medicazione a base di Aloe dimezzava i tempi di guarigione in caso di traumi ginecologici e oftalmici, collegando l’acido cinnamico alle capacità dell’Aloe di uccidere i parassiti intestinali.

L’oftalmologo russo Vladimir Petrovic Filatov, è stato uno dei maggiori pionieri nello studio dellAloe: può essere considerato una dei precursori dell’impiego dell’Aloe.

Secondo Filatov le cure chemioterapiche e la fitoterapia devono lavorare in parallelo, anziché essere considerate separatamente.

Egli fu un grande viaggiatore ed era solito studiare le piante medicinali ed i segreti dei guaritori locali che incontrava sulla strada.

Intraprese studi sulle proprietà “rigeneranti” di alcune sostanze in particolari condizioni che egli chiamò “stimolatori biogeni”.

Fra le piante studiate per queste caratteristiche vi era anche l’Aloe , che era abbondante in tutta la Russia meridionale e nell’Asia centrale.

Filatov la scelse dopo averne osservato i sorprendenti effetti curativi come cicatrizzante: tagliò delle foglie di Aloe, le conservò per dieci giorni al riparo dalla luce e al freddo.

Successivamente ne estrasse la polpa e la iniettò sotto la cute dei pazienti: si accorse che otteneva risultati simili a quelli ottenuti con il trapianto di tessuti.

Notò anche, con sorpresa, che le stesse foglie di Aloe messe in autoclave a 120° centigradi conservavano le proprietà, anche se i loro enzimi non erano più presenti.

Dopo la sua morte la “scuola russa” ha continuato ad usare l’Aloe con successo.

In seguito il dottor Brandt avrebbe tentato di dare una spiegazione scientifica al meccanismo del funzionamento degli stimolatori piogeni a base di Aloe Vera:

collegandolo al sistema nervoso centrale: l’Aloe provocherebbe un allungamento della durata dei riflessi condizionati, attivando così un processo di inibizione del sistema nervoso centrale.

Negli anni Ottanta, ormai acquisita dalla scienza ufficiale l’importanza dell’Aloe Vera, gli studi si moltiplicano.

Nel 1984 viene dimostrato che l’applicazione del gel di aloe sulla cute stanca accelera di ben otto volte la produzione di fibroblasti, supporto proteico della cute ed elemento fondamentale per la formazione del collagene:

si spiega così la capacità anti-invecchiamento e di prevenzione nella formazione di rughe.

Il fisiologo Ivan Danhof collega la forte idratazione fornita dell’Aloe Vera alla presenza di polisaccaridi che faciliterebbero la riorganizzazione delle cellule dello stato corneo dell’epidermide.

Poco dopo il giapponese Fujita scopre che l’enzima bradichinasi determina insieme all’acido salicilico l’azione antinfiammatoria, antidolorifica e lenitiva.

Nel 1985 un gruppo di ricercatori canadesi isola nellaloe la molecola di un polisaccaride, l’acemannano; agli stessi risultati giunge parallelamente Bill McAnalley, ricercatore nei laboratori Carrington del Texas, che chiama il polisaccaride carrisina.

Dopo diversi test clinici si scopre che le potenzialità di questo zucchero complesso vanno oltre le funzioni di idratazione.

Dotato di attività battericida, è in grado di stimolare il sistema immunitario e, testato su malati di Aids, sembra avere capacità ritardanti nell’avanzare della malattia, oltre che proteggere l’organismo dagli effetti collaterali nel corso delle terapie anti-HIV.

Su questa strada le ricerche dei laboratori Carrington, che hanno ottenuto l’autorizzazione di sperimentazione su esseri umani dalla Food & Drug Administration, sembrano avere ottenuto risultati incoraggianti.

L’Aloe Vera Oggi

Ai giorni nostri, l’utilizzo dell’aloe vera, sostenuto con fermezza anche dalla letteratura scientifica e dalle numerose sperimentazioni farmacologiche condotte in tutto il mondo con gli studi ne confermano le salutari proprietà tramandate nei secoli fino al giorni nostri, è in continua crescità.

Con il termine “Aloe” sono definite circa 200 tipi piante simili la cui classificazione botanica appartiene alla famiglia delle liliaceae (come gli asparagi, aglio, cipolla, porro, tulipani e gigli).

La nomenclatura “Aloe Vera”, però, appartiene solo a una varieta: la Barbadendis Miller coltivata naturalmente in centro America e in Africa dove le temperature e la quantità di irradiazione solare solo ideali per lo sviluppo e la maturità delle foglie.

Viene usata in cosmetica, come bevanda aloe vera e in creme per la cura della pelle.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riferimenti:
A. MENGHINI, E. BONCOMPAGNI, S. FULCERI, G. OCCHIONERO “Il valore dell’Aloe”

L. M. LEDWON “Aloe, la pianta che cura”

 

 

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